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Il ruolo della spiritualità nella tragedia climatica

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Il ruolo della spiritualità nella tragedia climatica

Foto in copertina di Bob Blob su Unsplash

Con gli ultimi avvenimenti in Alaska, Siberia e Amazzonia, l’attenzione pubblica si sta spostando verso la consapevolezza dell’irreversibile tragedia climatica. Mi permetto di utilizzare questa terminologia catastrofista per ragioni diverse da quelle che, a primo impatto, un essere umano potrebbe immaginare.
Il dibattito virtuale si fa sempre più acceso e si tinge di posizioni sempre più originali, ma la paura comincia a farla da padrona.

Si fa spazio un interrogativo: qualora queste paure venissero confermate anche dalle istituzioni? Se fossimo all’inizio di una nuova epoca comandata dalla consapevolezza che l’ecosistema è collassato? Come reagirebbe l’essere umano che, prima d’ora, non ha mai dovuto realmente preoccuparsi di tutto questo?

Immagine del 22 agosto 2019 dell’Osservatorio della NASA di Joshua Stevens.

E’ come se, dopo decenni di avvertimenti da parte di ricercatori e studiosi di settori diversi, la coscienza collettiva si sia accorta che questa Madre, questa donatrice di qualsiasi nutrimento, bellezza, comfort che si possano immaginare, sta giungendo alla vecchiaia. Ed esattamente come accade con i propri genitori, non si è mai pronti a scontrarsi frontalmente con l’inesorabile ciclo di vita e morte. Non si è mai pronti a perdere una cosa così cara, che ci ha cresciuto e donato tutto, dovendo per giunta fare i conti con tutto quello che non abbiamo fatto per lei, con tutte le volte che l’abbiamo trattata con superficialità. Figuriamoci se dobbiamo fare i conti con le nostre responsabilità e con la consapevolezza che abbiamo condannato a qualcosa di inimmaginabile le future generazioni.
A luglio del 2018, il Prof. Jem Bendell dell’Università della Cumbria, raccoglie in uno scomodissimo documento dal titolo “Adattamento profondo: una mappa per la navigazione della tragedia climatica” diversi dati e ricerche riguardanti i cambiamenti climatici con lo scopo di aprire una riflessione sulle ripercussioni sociali del prossimo futuro e immaginare come l’uomo potrà adattarsi agli stravolgimenti che l’attendono. 

Ma non è questo che più cattura la mia attenzione.
Tra le varie ricerche che riporta:

Circa la metà delle barriere coralline del mondo sono morte negli ultimi 30 anni per varie ragioni, ma temperature dell’acqua e acidificazione più elevate a causa delle maggiori concentrazioni di CO2 rappresentano il fattore chiave (Phys.org, 2018)

“Circa la metà di tutte le piante e le specie animali nei luoghi più bio-diversi del mondo sono a rischio di estinzione a causa dei cambiamenti climatici (WWF, 2018).”

Come newagers, filosofi, nuovi ecologisti, vegani, terapeuti di ogni sorta, spirituali di qualsiasi anima, pensatori, motivatori, professori e maestri, abbiamo abbracciato alberi, pregato per la Terra, inveito contro chi non capiva  il nostro combattere per difendere i diritti umani, la vita, la bellezza. Ognuno di noi l’ha fatto in qualche modo. Tanti di noi hanno condiviso almeno un post della prodigiosa Greta che ricorda che abbiamo (si, mi ci metto in mezzo perché o ci mettiamo tutti in mezzo o non si va da nessuna parte) rubato il loro futuro, il futuro dei nostri figli.
Ma forse, e dico forse, di fronte a questa disperazione, di fronte a questa presa di coscienza che fa tremare l’anima, potrebbe essere arrivato il momento di cambiare realmente prospettiva.
L’essere umano è solo uno tra i miliardi di specie di essere viventi che popolano la Terra.

Sempre nel 2018 il WWF ha dichiarato che per colpa dell’uomo sono scomparsi il 60% dei mammiferi terrestri, precisando:

“Se ci fosse un declino del 60% nella popolazione umana, verrebbero svuotate Nord America, Sud America, Africa, Europa, Cina e Oceania. Questa è la scala di quanto prodotto”

Foto di Frida Bredesen su Unsplash

Ma se noi siamo i cattivi, esistono anche i buoni?
Si. Esistono i buoni, quegli esseri viventi che mai consideriamo, perché ci manca qualcosa, anzi, abbiamo proprio una limitazione a livello cognitivo, come spiega Stefano Mancuso, per riconoscere che sono vivi, che hanno dei sensi, che respirano, si nutrono e reagiscono: il mondo vegetale.
L’effetto “Greening” è la risposta del mondo vegetale. Da diversi decenni, col tentativo di contrastare la massiccia produzione di CO2, gli alberi, le piante e tutto il mondo vegetale crescono più velocemente in molte regioni, in quasi tutti i continenti. Huffington Post riporta però le preoccupazioni degli esperti, come il Prof. Ranga Myneni dell’Università di Boston che dice “Lo sviluppo in più di un albero non va a compensare il riscaldamento globale, l’innalzamento del livello del mare, lo scioglimento dei ghiacciai, l’acidificazione degli oceani, la perdita di ghiaccio marino e la previsione delle tempeste tropicali più gravi in arrivo”.
Ora, per farla breve, possiamo scegliere coscientemente il nostro ruolo definitivo in questa storia, comunque vada.
Possiamo essere la colonia batterica che rinuncia all’equilibrio dell’ecosistema per riempirsi la pancia, distruggere il proprio ambiente e quindi autodistruggersi. Come dice Julia Roberts nel celebre footage in cui interpreta Madre Terra “Sono qui da oltre 4,5 miliardi di anni, non ho bisogno dell’uomo, ma l’uomo ha bisogno di me”. (guarda il video qui sotto)

Oppure possiamo tentare di essere quella specie dotata realmente del barlume della coscienza e fare un atto d’amore, comunque vada, cominciare a prenderci cura di ogni essere vivente che condivide questo pianeta con noi. 

Non è più tempo di parlare senza agire.
Non è più tempo per le preghiere che non vengono seguite dalle azioni.
Non è tempo per quella spiritualità che dice che succede solo quello che deve succedere.
Non è più tempo per far finta di nulla. Siamo responsabili.

Ma possiamo ancora fare molto.
Non per paura, per amore.

In questi giorni non posso non pensare alla saggezza di mia nonna, alla bellezza del suo balconcino fiorito con cui parlava ogni giorno, a quella volta in cui mi disse “non strappare le foglie dell’albero, gli fai male come se ti strappassero i capelli”.
Questo articolo non vuole essere una sterile critica o una riflessione senza conseguenze.
Come Nathivia vogliamo agire, riunire esperti in vari settori, per comprendere come ognuno di noi, non solo può condurre una vita ad impatto zero, ma può contribuire al tentativo di salvare questo meraviglioso ecosistema, di curare le ferite che abbiamo inflitto.
Il cambiamento è possibile e siamo tutti chiamati a quest’atto d’amore, ad un nuovo modo di vivere il nostro pianeta. 

Foto di Matthew Smith su Unsplash

Se hai suggerimenti e vuoi contribuire al progetto di sensibilizzazione contro la tragedia climatica scrivici a info.nathivia@gmail.com

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